6° di Wealsun, primo Earthday

Mniere abbandonate, città fantasma e Coboldi.

Il viaggio attraverso le miniere si rivelò più faticoso del previsto. Passammo alcune ore alla luce di lanterna a camminare per tunnel interminabili. La mappa non era ne’ completa, ne aggiornata, e incontrammo piu di un vicolo cieco. Ad un certo punto ci accorgemmo che una sezione del muro della miniera, dove ore prima avevamo trovato un sacchetto con dei resti di cibo ormai in polvere, era in realtà una sottile parete che nascondeva un ennesimo passaggio. L’abbattemmo con facilità, credo fosse sul limite di crollare comunque, tanto era erosa. Addentrandoci nel tunnel murato,giungemmo ad una gola sotterranea, con un ponte ormai inagibile. Sia io che Kolber siamo convinti si trattasse di quello indicato nella mappa. Purtroppo, i nostri carteggi non indicavano nulla, al di là di esso. Se volevamo uscire di lì, dovevamo fare da esploratori. Ci attendeva solo l’ignoto.

C’era un piccolo camminamento, largo sì e no mezza spanna, che conduceva a due condotti laterali. La parte opposta della volta in cui si trovava il crepaccio era irraggiungibile, ma forse con l’aiuto dell’attrezzatura da scalata  che mi ero portato dietro era possibile raggiungere il condotto laterale. Kolber era un uomo dei boschi, e per quanto io sia cresciuto in una valle pedemontana, e per quanto abbia visitato spesso i piccoli insediamenti dei minatori su a monte, mi mancava la pratica con quell’equipaggiamento. Avevo dei guanti chiodati, un mazzuolo, una trentina di chiodi, un po’ di fune per una cordata. Mentre stavo controllando cosa mi era stato dato all’accampamento di Taumat, emerse dalla gola una creatura scura e pelosa, grossa quanto un pony. Io mi gettai a terra per evitarlo ma Kolber subì la carica della bestia in pieno. Aveva ali membranose e coriacee, che sbattevano nel condotto come vele durante una tempesta. La lampada ad olio che avevamo si infranse e il tunnel sprofondò nella penombra. Illuminato appena da alcune baluginii multicolore che emergevano dal crepaccio, il condotto era divenuto in breve una trappola mortale. Ringrazio ancora che Buliaren, il maestro d’armi della mia famiglia, mi abbia insegnato a brandire una spada anche di notte, in un bosco senza stelle. Così, fidandomi solo del mio udito, colpì duramente il demone, con fendenti che avrebbero steso un bue. La creatura strideva e tuttavia continuava con ferocia a lacerare le carni di Kolber con le sue zanne lunghe come punte di lancia. Un ultimo quadrello di balestra gli attraversò il cranio, finendolo all’istante. Kolber era in un bagno di sangue. Utilizzammo parte dell’unguento che Taumat ci diede al campo, per fugare ogni pericolo di infezione.

Controllata la lampada, decisi di gettare la copertura, che era oramai inutilizzabile. Armato di mazzuolo piantai un primo chiodo sul fianco della caverna, fu allora che una enorme massa nera e squittente di pipistrelli si staccò dalla volta della caverna, riempiendo il tunnel come il fumo di un incendio. Io mi protessi avvolgendomi rapidamente nel mantello di pelliccia, ma Kolber non fu così fortunato.

Lo ritrovai piu in profondità nel tunnel, vicino ad una trappola-botola che non si era aperta quando ci eravamo passati prima. Anche se la caduta non fu letale per Kolber, ben peggiore fu quello che accadde dopo. Il cunicolo cominciò a vibrare, e presagii l’arrivo di un enorme afflusso d’acqua. Kolber fu rapido a gettarmi una corda ed entrambi utilizzammo una staffa di metallo che sorreggeva un capo del vecchio ponte come perno. Fummo sbalzati dalla violenza del getto, che proseguì per alcuni minuti.

Ero fradicio, e il mio usbergo era pesante come un macigno, mentre provavo a risalire la corda con la forza delle braccia. Kolber mi fece da appoggio e riuscii ad arrampicarmi fino a su. Anche se il demone non mi aveva ferito, quella caduta era stata tremenda. Sentivo le spalle in fiamme. Prendemmo respiro e io ne approfittai per strizzare i vestiti che avevo addosso. La caverna era fredda, ma sapevo che tenermi tutta quell’acqua addosso sarebbe potuto rivelarsi un grosso errore nel lungo termine. Con caparbietà ripresi il lavoro, e facedo una rapida cordata, io e Kolber raggiungemmo il condotto laterale.

Trovammo alcune tracce, piedi minuscoli ed artigliati, come quelli di un rettile o di un uccello. Più avanti il condotto era fatto a pannelli, con magnifiche sculture in basso ed altorilievo che rappresentavano divinità dei dwur. Trovammo dei fori scavati nei pannelli, grandi appena da farci passasse un halfing. E uno magro, aggiungerei. L’idea di essere finito in un complesso di cunicoli abitato da coboldi mi fece rabbrividire. Quelle creature minuscole e feroci erano state un problema ai tempi del mio bisnonno, nelle miniere di electrum. Mio nonno mi raccontò che ci vollero mesi per stanarli. Si erano insediati in una vecchia miniera e l’avevano ripenita di trappole mortali. Una dozzina di minatori avevano perso la vita o erano rimasti storpi a causa dalle tagliole di legno, schiacciati sotto il crollo di un soffitto, o intrappolati e uccisi da quelle creature demoniache a colpi di lancia. Anche se fisicamente erano deboli, quei mostriciattoli potevano essere letali se gli veniva lasciato il tempo di preparare il campo di battaglia. Sfortunatamente, eravamo finiti in casa loro.

Emergemmo alla fine di un tunnel, in una caverna di dimensioni ciclopiche. La volta era illuminata da radici che emettevano un bagliore verde brillante. Si trattava di un posto enorme, che poteva contenere una piccola città. Davanti a noi si stendevano mura immense, fino al limitare del raggio della nostra lampada. Dietro di noi, con un rimbombo che echeggiò nel vuoto, il passaggio si chiuse, intrappolandoci in quell’antica città fantasma. eravamo giunti ad un angolo delle mura. Ad attenderci una grande statua di pietra raffigurante la dea Ulaa. I nostri passi echeggiavano nel vuoto, mentre ci addentravamo verso l’ignoto…

Muschio giallo e morti viventi

Capimmo che buona parte della caverna nella quale eravamo sbucati era occupata da questo edificio, cinto da mura immense. La costruzione megalitica aveva solo due grandi mura perpendicolari, che penetravano nella parete della caverna su due lati e si incontravano proprio davanti all’entrata della caverna. Dove le mura si incontravano, si trovava un grande portone, fittamente decorato con iscrizioni runiche di origine chiaramente dwur. Le mura si stendevano per decine di metri verso la volta, dove si perdevano nell’oscurità. Da qualche parte lassù, esse incontravano le radici baluginanti che scendevano dall’alto in un morboso abbraccio. I viticci si erano fatti largo tra le fenditure della roccia, dentro le feritoie, e scendevano come drappi lungo le pareti come grandi tentacoli fantasma, come una grande colata di miele verde brillante. Fortunatamente, non c’era traccia dei coboldi. La grotta era silenziosa, e l’aria secca e stantia. Gli edifici erano segnati dalle incrostazioni di polvere e dai segni dell’età, per quanto la impeccabile fattura della costruzione sembrava solida quanto una montagna. Capimmo che i due torrioni ai nostri lati erano collegati all’edificio principale, attraverso un lungo camminamento sopraelevato che seguiva il perimetro della caverna. Al di sotto di esso, una navata sorretta da massicce colonne. Ovunque guardassimo, c’era solo il silenzio delle ombre ad aspettarci.

Avanzammo tenendoci vicini alla navata, per esplorare il resto della caverna attorno all’edificio, quando notammo una colonna di luce che scendeva dal soffitto. Forse un pozzo, o una buca nel terreno che era riuscita a penetrare terrea e roccia, fino a giungere qui. Dentro il fascio di luce, riverso sul pavimento, c’era un cadavere in decomposizione ricoperto di un fitto muschio giallastro e peloso. Quando vi ci avvicinammo, la salma balzò in piedi, con le braccia ciondolanti. Scattammo indietro con orrore. Le ossa erano appena visibili sotto le muffe, apparentemente mosse da una forza invisibile che le guidava. Il cadavere si muoveva in maniera scoordinata, come una marionetta, ma la sorpresa fu decisiva, ce lo ritrovammo addosso in un batter d’occhio.

Capimmo subito che il cadavere era animato dalla muffa che lo ricopriva. Ce n’era talmente tanta attaccata a quel corpo che la sua sagoma era appena abbozzata. Il muschio si muoveva con brevi convulsioni e si staccava in piccoli brandelli dal corpo. Era una specie di pianta intelligente, ipotizzai. I suoi movimenti erano scordinati, come se le membra fossero mosse da funi e tiranti, anzichè comandati da un unico cervello. Il corpo provò ad afferrare entrambi, riversandoci addosso quando ci riusciva questa sostanza fibrosa che si avvinghiava ai nostri corpi cercando la via per il naso e la gola. Per farci mutare in uno di loro. Per poco, Kolber non rimase soffocato dal muschio animato, ed io stesso rischiai grosso. E’ stato solo grazie all’idea di Kolber di usare il fuoco che siamo riusciti a sbarazzarcene. Usando l’ascia sacra di Heironeus che ci era stata data da Taumat riuscivo a ferirlo, ma il normale acciaio era inservibile. Usando la mia spada riuscivo a danneggiare il corpo, ma non le muffe che lo ricoprivano, per cui era come prendere a coltellate un quarto di bue. Fu la seconda volta da quando partimmo, che mi sentii vulnerabile.

Dopo lo scontro, eravamo entrambi esausti. Kolber bevve alcuni sorsi dell’acre elisir che rimarginò in parte le sue ferite. Io stavo un p0′ meglio, ma la battaglia mi aveva stremato.

Kolber lanciò il rampino sopra la navata, assicurandolo alla balaustra. Si tirò su a forza di braccia ed io lo seguì. Decidemmo di non esplorare il torrione al termine del camminamento, preferendo invece procedere direttamente verso l’edificio centrale. Quel che trovammo al suo interno, non ci piacque per nulla…

Il tempio in rovina

L’interno dell’edificio, come ci si poteva aspettare dall’enorme statua che ne precedeva l’ingresso, era quello di un tempio. La struttura tipicamente nanica era suddivisa in 3 navate da 4 distinti filari di colonne a base triangolare, due a destra e due a sninistra rispettivamente. Il coro sormontato da un altare in metallo scuro, di forma insolita, non era stato ricoperto miracolosamente da una gigantesca frana della parete, che sembrava ostruire l’unica possibile via di fuga da questo enorme sarcofago di roccia naturale. Sarebbero morti di fame e di stenti in quel misero modo? No, gli dei li avrebbero protetti ancora per un po’, almeno per potere mantere la parola data, riscattando il proprio onore, e mestiere. La propria vita.

Cominciarono a perlustrare, così, la zona, fiduciosi di riuscire a trovare un passaggio alternativo.

La bizzarra struttura metallica si trovava proprio al centro della grande stanza triangolare che era il tempio, su di un  pulpito ottagonale rialzato da gradini concentrici. Quello che, dai matronei e ballatoi soprastanti circa 4 metri, sembrava il resto scheletrico di una ara in pietra, si rivelò invece esserne una meticolosa rirpoduzione, in scura sostanza ferrosa, apparentemente incapace di ossidarsi. Fu quasi per caso che, nel tentativo di muoverla, attivarono un meccanismo che fece slittare una grossa lastra nel pavimento prorpio in fronte a loro. Gradini scendevano nell’oscurità.

Le polveri che il tempo aveva depositato, sembravano indisturbate da decenni, forse secoli, l’atmosfera del sacro ed inviolato li avvolse, quando mossero i primi passi nel passaggio segreto.

Sotto i Vasi di Dum

L’artiginato nanico è sempre qualcosa di cui meravigliarsi. Le pareti di questo passaggio non facevano certo eccezione. Lungo tutto il muro, su ambo i lati, bassorilevi descrivono la conquista nanica  delle vette e dei loro cuori. Sopra alla narrazione per la lunghezza di qualche spanna un’altilenante decorazione che sembra voler rappresentare l’andirivieni delle zone montane. Una continua linea spezzata, altro matematico imbroglio de’ mastri Dwur, scorre salendo e ridiscendendo disegnando cime e gole delle catene montuose, nel cuore di ogni picco, incastonata una gemma preziosa, ad ogni svolta diversa, un colore differente per ciascuna di esse.

Ancora coi sensi all’ertta, i due proseguono con accortezza lungo questo sentiero-nella-roccia, gli occhi balzano dalle mura alla pavimentazione, anch’essa in gran parte decorata, tranne che per una stretta fascia centrale, ampia quattro o cinque pugni, che sembra voler guidare i passi degli avventurieri.

Cercano indizi, attenti ai marchingegni protettivi, le diavolerie dei Dwur. Kolber, ben conscio della sua poca esperienza in questi spazi, si china più volte, ad osservare il pavimento, sollevando e smuovendo la polvere depositata, cercando fessure che possano ammonirli. Ma niente. Sembra che il luogo, sia sicuro.

Dopo diverse svolte conducenti ad altre scale, chiuse dalla una simile pesante lastra di pietra scorrevole, e dotate dello stesso meccanismo di manovra, nascosto tra gli altorilievi, il braccio di una contadina, proteso verso l’alto,  si ritrovano, infine, in una stanza, piccola ma preziosissima. Diversi tesori, giacciono distribuiti nel sacrario, sicuramente appartenuti ai sacerdoti di Ulaa, coperti dalle polveri del tempo e corrosi nei tessuti e pelli che una volta ne incorniciavano i bagliori.  Al centtro di essa un altare in metallo scuro, più piccolo del precedente, porta una gemma meravigliosa, scura e trasparente al contempo, delle dimensioni di un pugno del guardiaboschi. Dietro di essa una statua in dimensioni reali, di una donna, le mani a coppa davanti al suo viso, un chiaro invito. In un angolo uno scrigno attira l’attenzione del boscaiolo che lo apre e ne preleva un modesto ricordo, chiuso in in un sacchetto ed una collana che reca l’emblema dei monti. Sir Docram osserva la splendida fattura di alcuni manufatti, ne valuta la marziale ma elegante confezionatura, si rammarica però che tale bellezza sia andata sprecata nel caos del tempo.

E’ un fugace istante di tranquillità e pace, inondati dall’aura benevola della stanza. Devono andare.

Il ginocchio del cavaliere sfiora il pavimento in segno di reverenza, poi con attenzione la pietra viene passata di mano in mano e sistemata fra le esili dita della scultura. Con un fuido movimento le braccia di marmo si abbassano all’altezza del cuore e con uno stridente movimento la pietra comincia a scorrere rivelando un’angusta  apertura, che conduce nuovamente nell’ignoto….

Pubblicato on 24 dicembre 2009 at 2:52 pm  Lascia un commento  

The URI to TrackBack this entry is: http://brigantidelleceneri.wordpress.com/6%c2%b0-di-wealsun-primo-earthday/trackback/

RSS feed dei commenti a questo articolo.

Lascia un Commento

Fill in your details below or click an icon to log in:

Logo WordPress.com

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Modifica )

Foto Twitter

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Modifica )

Foto di Facebook

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Modifica )

Connecting to %s

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.